lunedì 19 aprile 2010

PAGANITAS

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NATURALITER PAGANI

La Struttura spirituale e psichica d’ogni Europeo che sia davvero tale, anche dopo duemila anni di suggestione, perversione, ed oppressione ebraica, giudeo cristiana, ed islamica, è rimasta “naturaliter pagana”. L’eresia ebraica ed essenico-ebionita, detta cristianesimo, dilagando come un virus mutageno nelle due grandi aree culturali e spirituali dell’Antica Europa: l’Ellenico-Romana, e
la Celtico-Germanica, ha modificato opportunisticamente il proprio radicale monoteismo, dandosi le sembianze esteriori di un più facilmente accettabile Politeismo Isiaco, ripreso dall’Egitto e focalizzato sul culto di Tre identità divine distinte: il Dio Padre Osiride, il Dio Figlio, Horus, e Lo Spirito Santo o Dea Madre, Iside, divenuta poi il vero centro di un culto Ecclesiale che sarebbe bene, ormai, non definire più Cristiano, bensì Mariano.

Il Giudeo cristianesimo, installatosi in Europa ha trasgredito a parecchi divieti ebraici che sono invece rimasti intatti nell’Islam, ultimo prodotto della conversione araba al giudaismo mosaico: la venerazione delle immagini, l’obbligo della circoncisione, e le pesanti restrizioni alimentari. Per distinguersi dai suoi parenti stretti, e da una somiglianza fin troppo evidente, il Cristianesimo ha promosso fra i Goijm o “Gentili” il Culto delle Icone ed una ritualità “Cattolica” plagiata da quella Ecumenica ellenico romana.

Il Paganesimo è riapparso allora nei propri Archetipi fondamentali, dando origine a fenomeni ed a caratteri geniali, che hanno prodotto stagioni Artistiche di fioritura ariana: Il Rinascimento Europeo, il Neoclassicismo, la Poesia Erotica, la letteratura delle Saghe epico cavalleresche.Gli Dei sono tornati in azione, a dimostrare, con estrema evidenza, che l’Anima e lo Spirito degli Europei non sono mai stati legati al Destino od alla Memoria del Patto Abramitico, o di quello Mosaico, con il Dio tribale degli ebrei: Jahvé. Gli Ariani sono semmai stati asserviti, per mezzo di una Religione aliena ed alienante, agli scopi del popolo ebraico; che si crede il Messia ed il padrone dell’intera umanità.

Fortunatamente sopravissuta all’olocausto dei propri filosofi, degli artisti, e dei saggi, la psiche collettiva degli Europei è rimasta intimamente legata ai propri Dei, ed il Neo Paganesimo oggi riemergente, è una salutare reazione di febbrile autoconsapevolezza: un riconoscere appieno la propria vera natura, come pure ciò che per essa è alieno, dannoso ed alienante.

Pur presentato sotto le mentite spoglie ellenico romane, nella teologia e nell’assetto “Imperiale”, e truccato da Celtismo germanico nell’esoterismo grahalico cavalleresco, e nella struttura organizzativa e militante, il Cristianesimo Paolino resta una forma spuria del messianismo Ebraico, che non ha nulla a che spartire con la sensibilità spirituale e psichica ariana ed europea.

Joshua è uno dei tanti pretendenti al ruolo di Messia Ebraico, come sarà Sabbatai Zevi, nel XVII° secolo, e rimane un prodotto ebraico adatto ai soli ebrei. La sua penetrazione apostolica nella mente e nello spirito Ariani, costituisce un veleno dissolvente, inoculato ad arte per intossicare, convincere, e suggestionare i Goijm, o Gentili, con l’idea, assai balorda, che Israele sia davvero il Popolo eletto, ovvero la vera “Razza Padrona”, e che affermare il contrario sia un delitto di lesa maestà ed un peccato contro Dio.
 
Il Semitismo Cattolico Cristiano, fratello minore dell’Ebraismo Talmudico, non è che una forma minore di giudaismo  messianico propagandato e diffuso a forza dagli Ebrei, fra i popoli non ebrei. La stessa procedura è stata applicata agli Arabi, con il Convertito al giudaismo Maometto, il cui Corano della Mecca non è, a ben vedere, che una versione riveduta e corretta, in stile Corechita, della Torah ebraica. Un’ Ulteriore “Nuova Israele” dell’Unico e Trino Dio Ebraico: Jahvé, Geova, ed Allah.
 
Ma con questo Dio tribale semita, vendicativo, rancoroso e collerico al limite della psicopatia, gli Ariani europei non hanno nulla a che fare, come dimostra anche la Bibbia ebraica, che riporta delle esecrazioni talmente colme d’odio razziale, nei confronti di Roma e delle sue molte genti, da rendere chiaro, per qualsiasi individuo d’ascendenza “Romana” ed Europea e d’intelletto sano, chi sia il suo vero nemico viscerale e razziale.

L’Europeo d’ascendenza Greco-romana o Celtico-Germanica, non può essere che “NON EBREO”, “NON CRISTIANO”, e “NON ISLAMICO”; per un fatto squisitamente fisico, genetico, caratteriale, mentale e spirituale. Il Papa ed i Cristiani che lo seguono, seppure nominalmente europei, sono spiritualmente e mentalmente degli ebrei “minorati”; dei semiti acquisiti, che non hanno alcun contatto interiore con i veri Europei. Non si tratta qui di parole dettate da un qualche “Odio razziale”, ma di sgombrare il campo dagli equivoci, e d’avere ben chiaro chi siamo stati, chi siamo, e cosa non saremo mai.
 
Noi siamo degli Ariani ellenico romani, o celtico germanici, e non vogliamo essere altro da noi stessi. Le memorie, i Midrash, e gli Olocausti degli ebrei, per penosi che siano per essi, non ci riguardano più delle nostre memorie, dei nostri sogni, e dei massacri che abbiamo subito e continuiamo a subire. Certo non metteremo l’ebreo prima di noi stessi! Una semplice questione di priorità vitale.
 
I Cardinali che portano la rossa Kippah ebraica, sono solo gli pseudo rabbini di un Sinedrio in trasferta; in una Roma occupata da 2000 anni. Il che non significa che la Romanitas o l’Imperium romani appartengano loro di diritto. Gli Allelujah che risuonano nelle loro Sinagoghe minori, o Chiese, sono la troncatura elusiva dell’Allelu- Jahvé ebraico: un evidente Sia Gloria a Jahvé.

Ma è da escludere categoricamente il Dio così esclusivo degli Ebrei possa essere anche il nostro Dio. I Nostri sono gli Dei molteplici, condivisibili, e davvero ecumenici dei nostri antenati: vero antidoto alla pozione letale dell’integralismo settario semita, nelle sue tre velenose varianti. Il Semitismo Ebraico che pretende di imporsi come Unica Religione, e la battaglia in atto fra Ebrei, Cristiani ed Islamici non sono che una truce faida familiare, i cui esiti ci interessano e ci riguardano ben poco. Noi siamo e vogliamo essere Pagani, ed i nostri Dei hanno caratteri e qualità che per la Roma dei Papi, la Gerusalemme dei rabbini e la Mecca degli Imam sono nomi e nature del tutto diaboliche o sataniche.

La pretesa di semitizzare a forza gli Europei, setacciandoli con il vaglio del sionismo americano, è un’altro folle midrash giudeo-hollywoodiano, destinato, si spera, al completo sfacelo, e, certamente, a produrre una reazione “non semita” davvero assai marcata. Certo la risposta alla costante propaganda “prosemita” non mancherà di evidenziare in molti l’affermazione del proprio fondamentale distacco dal “semitismo”.
 
Come d’uso, gli Istituti di pressione ebraica e le loro potenti Lobby massonico-giuridiche, lanceranno su chi rifiuta la semitizzazione forzata, l’anatema legale dell’Antisemitismo e dell’istigazione all’odio razziale; ma questo trucco da azzeccagarbugli è ormai alle corde. Noi europei ariani abbiamo il diritto d’essere ciò che siamo, e che vogliamo essere, e di rifiutare quello che non ci corrisponde; senza subire in alcun modo condizionamenti o vessazioni d’ordine contrario. Se così non fosse, democrazia e diritti sarebbero aria fritta!

Difatti, se Ebrei, Cristiani, ed Islamici, pretendono ed esigono il rispetto per le loro tradizioni e i loro simboli, devono per prima cosa rispettare le tradizioni ed i simboli di chi, pur accogliendoli, non è, né vuole essere come loro. All’Ariano Europeo non si addice né la religione né la forma mentis semita, e tanto basti. Noi non vogliamo imporre a nessun Rabbino od Imam le nostre memorie ancestrali, o   la lettura forzata di Omero, di Pitagora, della Bhagavad Gita, o d’Ermete Trismegisto; ma pretendo che essi non impongano a noi le loro ideologie settarie: Le Bibbie, i Talmud, i Vangeli, i Corani, e le memorie che ne conseguono.

A ciascuno il suo, entro il suo spazio vitale e Nazionale. L’Invasione Afro-Asiatica dell’Europa, architettata da Ebrei, Cristiani ed Islamici, per soppiantare in un paio di generazioni le popolazioni indigene, con altre più “adatte” ai loro scopi, porterà ad un’ovvia reazione di difesa contro l’estinzione.
 
Qualificarla come terrorismo, o come “Odio razziale” sarà l’ennesima Menzogna delle “eterne vittime”, utile ad una loro dominazione del tutto inaccettabile. Ciò che è stato interrotto e rimosso, riprende a fluire dal profondo, e dalla vecchia radice ariana sbocciano ormai nuovi potenti virgulti.

Mauro Likar.

giovedì 1 aprile 2010

AVATARA



Avatâra

Tra tutte gli archetipi e le immagini che popolano lo spazio religioso Ariano dell’India, l’Avatâra è quella che ha trovato una certa risonanza anche in Occidente. L’Avatâra è l’incarnazione dell’aspetto Conservatore e biofilo del divino: Vishnu, e rappresenta il Dio “disceso” nel mondo, per salvarlo dal male di una distruzione incombente. L’Avatâra per eccellenza, è Krsna, che ad Arjuna, sul campo di battaglia del Dharma, in cui si decidono i destini dei regni terrestri, afferma:

Ogni qualvolta il Dharma langue e regna l’Adharma, o Bhârata, Io proietto me stesso; per proteggere i buoni e sterminare i malvagi, per ristabilire l’Armonia di vita di età in età Io vengo all’essere.

Yadâ yadâ: “Ogni qual volta”, indica chiaramente la circolarità ciclica di una serie virtualmente infinita d’autoemanazioni polimorfe del Dio Vishnu, che non è Jahvé: il Dio unico, definitivo, mortifero ed Esclusivo degli Ebrei, dei Cristiani, o degli Islamici, ma un aspetto del Divino in sé, che si manifesta in triplice forma: come Creatore: Brahma, come Conservatore: Vishnu, e e come Distruttore trasmutante: Shiva.

I Purâna indù parlano delle “Migliaia di manifestazioni già avvenute, e di quelle miriadi che ancora verranno e che è impossibile contare”. Nulla potrebbe essere più lontano dal concetto ariano d’Avatâra, che l’Idea ebraica e Paolino cristiana del Cristo-Messia, inteso come evento unico e definitivo, calato in una storia caratterizzata dal Tempo cronologico e lineare.

Lo spazio-tempo, in cui avviene la proiezione indefinita degli avatâra divini, non è quello rinserrato nella camicia di forza del concetto lineare ebraico: una Cronaca “storica” che va ineluttabilmente dal passato al presente, e poi al futuro; ma l’Abisso della Totalità, in cui, nel muoversi processionale del Ciclo Cosmico delle Ere, o Yuga, accade l’evento avatârico della Presenza divina, che s’incarna nella Pienezza dell’eterna Presente: il Qui ed Ora, per operavi la trasmutazione dell’Adharma ormai imperante, nel Dharma d’un nuovo Eone.

L’avatâra discende nella traccia di questo cammino degli Yuga, immergendosi carnalmente e visceralmente nelle Crisi che scandiscono la spirale involutiva delle Ere, per riportare instancabilmente all’Armonia cosmica originaria ciò che dell’universo si sfalda nell’entropia e nel disordine caotico.

Il campo ed i modi d’azione dell’Avatâra ariano, non sono neutrali od a-temporali, ma sono “qualitativi ed eterni”, e si sviluppano in ogni “Tempo Malvagio”; contro di esso ed i suoi agenti degeneranti, che affliggono il Dharma. Il Dharma è il fondamento implicito dell’Armonia cosmica vitale ed esistenziale, in perenne equilibrio instabile, e l’Avatâra interviene ogniqualvolta esista la minaccia d’una sua rovinosa caduta. Dice il Dio Brahmâ: Nell’età Krya, la Vacca del Dharma ha quattro zampe, e Visnu è di carnagione bianca. Non vi sono carestie né malattie, né morte prematura, la terra produce messi senza aratura e le vacche danno copioso latte. Non vi è passione né ira, paura, avidità, egoismo od invidia.

Nella successiva età Tretâ la Vacca del Dharma rimane con tre zampe, e Visnu si fa vermiglio. Gli uomini sono longevi,compiono sacrifici per ottenere ciò che desiderano, e non agiscono sotto l’impulso delle passioni, ma esercitano il controllo, i riti, la purezza, le abluzioni, le offerte, le preghiere e le oblazioni.

Viene poi l’età Dvâpara, quando la Vacca del Dharma poggia ormai su due sole zampe, e Visnu assume un color fulvo. Le preghiere, i sacrifici, e le pratiche ascetiche sono motivati dalla brama dei frutti, e il mondo è diviso tra bene e male. I re si disputano il dominio della terra, e conquistano il cielo purificandosi con i riti sacrificali.

Quarta viene la funesta Età Kali; la Vacca del Dharma vacilla su un’unica zampa, e Visnu ha un colore Nero. La malvagità ha il sopravvento, con l’illusione, l’egoismo, la passione, l’ira e la paura. I re bramano le ricchezze, e sono accecati dalla cupidigia. Gli uomini hanno vita breve, la terra è avara di messi, le vacche di latte, le caste rigenerate non hanno virtú, gli uomini sono fraudolenti e dediti ai piaceri del palato e dei sensi, lascivi, bugiardi e scellerati. A sedici anni incanutiscono, mentre le donne s’ingravidano a dodici anni. A poco a poco le caste si contaminano, gli stadi della vita si confondono, e tutto si uniforma; i riti e gli ordinamenti perenni delle stirpi periscono, ed i luoghi sacri, profanati dai barbari, perdono la loro Potenza.In questo decorso fatale, fino alla catarsi che al culmine del Kali Yuga o Età Oscura, inaugura una nuova predestinata Età dell’Oro, l’Avatâra non interferisce, ma lo asseconda.

Il suo scopo è di “ristabilire l’equilibrio e la stabilità del Dharma”. L’avatâra protegge i buoni e stermina i malvagi, in un gioco di guerra in cui luce e ombra, male e bene sono relativi e complementari, come due facce di un’unica medaglia: la realtà suprema è difatti al di là dei cicli Eonici. Gli Avatâra, restaurando il dharma, garantiscono la continuità dell’oscillazione esistenziale ed il continuo gioco altalenante delle forze divine e karmiche: superiori ed infere. La storia non ha alcun possibile epilogo, perché è in sé stessa soltanto un episodio di un processo senza fine. Il daivâsura o la contesa cosmica gioisce di sé stessa, nella creazione intesa come Lîlâ, o gioco Divino.

Molte sono le vie che conducono all’altra sponda, ma tutti iniziano su questa, e solo di qui si può transitare oltre. Per coloro che ancora desiderano i frutti dell’azione: ricchezza, bellezza, piacere, questo è il luogo dove poterli seminare, con le opere. Per coloro che ormai aspirano alla liberazione, solo è il teatro dove la Natura danza dinanzi al Sé, finché questi non realizza la sua condizione di spettatore impassibile.

In questo piano di battaglia, che è il campo d’azione dell’Avatâra si compie tutta la parabola dell’essere nel divenire. L’Avatâra non discende per salvare, ma per rifondare la perpetua possibilità della liberazione. Egli non viene solo per l’Uomo, ma per aiutare la Terra e l’intera Natura, uomo compreso, a rimuovere il peso delle proprie disarmonie squilibranti: il malefico fardello dell’Adharma. Per alleviare la Terra o per umiliare la tracotanza dei malvagi il Dio Visnu si foggia di volta in volta il corpo piú adatto allo scopo. La piú evidente fra le peculiarità dell’Avatâra è la sua capacità di trasmutazione della forma. Leggiamo nel Bhâgavata Purâna:

Tra gli dèi e i veggenti, o Signore, tra gli uomini e gli animali terrestri e acquatici tu benché ingenerato prendi nascita, o onnipotente arbitro del destino, per reprimere l’arroganza dei malvagi e mostrare il tuo favore ai buoni. L’Avatâra non è mediatore, ma giustiziere; non sacerdote ma guerriero che eredita, come tale, le maschere di personalità e le astuzie dei guerrieri kshatrya, che sono le stesse del Dio vedico Indra: l’antico campione degli Dei.

Il Cristianesimo giudaico, che ha ereditato dall’Ebraismo la valutazione ossessiva della Storia, come possibile spazio della teofania messianica, e l’ha sigillata una volta per tutte nella pretesa epifania d’una incarnazione Cristica individuale, irreversibile, e storicamente irripetibile, ha voluto con ciò antropomorfizzare definitivamente il divino, estraniandolo completamente dalla Natura.

Questa “umanizzazione” fittizia è sostanzialmente estranea alla realtà dell’Induismo Ariano, che rimane fedele al respiro cosmico degli Yuga, e ad una concezione qualitativa dell’Individuo, che la nascita in una data Casta, o livello esistenziale della Natura, rivela apertamente. Invece di sostituire ai cicli dell’eterno ritorno e delle Ere cosmiche, le stagioni cronologiche d’una storia lineare, l’Arianesimo Indiano ha posto l’individuo umano sul piano di un Ordine Naturale delle esistenze, che pur conoscendo diverse qualità individuali, non accorda agli individui privilegi che non corrispondano loro. A dimostrare quest’ equanimità del Cosmo, non solo gli esseri umani, ma anche i vermi e gli insetti che muoiono in riva al Gange, o gli alberi caduti dalle sue sponde, ottengono la meta suprema della liberazione dai Cicli di morte e rinascita.

Nessuna scissura reale separa difatti l’uomo dai suoi confratelli subumani, perché entrambe emergono dal flusso di vita che la legge di trasmigrazione e rinascita mantiene in ciclica rotazione. Perciò l’avatâra non fa sciocche distinzioni, nello scegliere il grembo in cui nascere, lungo la scala evolutiva degli esseri. Il corpo è per lui, come per ognuno, un semplice abito adeguato all’esistenza contingente e alle sue necessità:

Già molte nascite ho attraversato in passato, ed anche tu, o
Arjuna: Io le conosco tutte, ma tu non le ricordi, o sterminatore dei nemici.

l’Avatâra discenderà ancora, di Era in Era, nell’illusione carnale delle esistenze, affinché alcuni possano liberarsene.

Mauro Likar

PISCIS APRILIS






IL DIO EBRAICO

Il Dio ebraico, cristiano ed Islamico ha un’insana tendenza narcisistica a circondarsi di adulatori; infatti non ammette né uguali né colleghi. L’unico che avesse raggiunto una certa posizione, vicino a lui, Lucifero, l’ha cacciato via in malo modo; e ancor oggi gli fa una guerra spietata. Evidentemente, teme il confronto. E poi che vanagloria! Vuol sempre far colpo!

Un esempio soltanto: l’universo l’ha creato con un tour de di sette giorni, quando aveva tutto il tempo che voleva…l’ha inventato lui, il tempo! Chiaramente ha bisogno di dimostrare in continuazione a sé stesso e agli altri che vale qualcosa. Ha bisogno di rassicurazione. Che è un debole poi appare lampante: non accetta critiche, si offende per un nonnulla, basti pensare al can can che ha fatto quando quel povero diavolo d’Adamo gli ha soffiato una mela! I figli dei figli dei figli stanno ancora pagandola. Se non è iperreazione questa!

E poi, è molto infantile: ama per identificazione. È scritto nero su bianco nella Bibbia: Ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza”. E com’è geloso! “ Non avrai altro Dio fuori di me. “ E giù comandamenti! Non ha elasticità, non lascia autonomia al partner. Ergo: è paurosamente insicuro.

Questa nevrosi può anche derivare , in parte, da frustrazioni reali: la gente lo cerca solo quando ha bisogno di lui, in faccia gli fa un sacco di moine, però in pratica si trova meglio con il suo rivale, il diavolo. Tuttavia le note paranoidi saltano all’occhio: il terrore continuo d’essere tradito, la mania di trovare colpe in tutti, e persino il sintomo fisico: non dorme mai. C’è un grave disturbo al livello del profondo, per non parlare del suo estremo voyeurismo: si è definito da sé l’Onniveggente.

E poi ha delle note masochistiche. Ammessa la sua onniscienza, perché ha creato l’uomo sapendo già tutti i guai che gli avrebbe procurato? Non è stata sfortuna. Nessuno dei nostri atti è casuale. L’ha fatto perché gli piace soffrire. Con un quadro simile c’è una sola diagnosi possibile: Il Dio ebraico soffre di un grave complesso d’inferiorità.

PAOLO POLI "Mistyca"

mercoledì 31 marzo 2010

PAOLO DI TARSO



SAVITRI DEVI MUKERJI

PAOLO DI TARSO
O DEL CRISTIANESIMO GIUDAICO
Presentato da Mauro Likar

A Méadi, vicino al Cairo, il 18 giugno 1957, Savitri Devi Mukerji (1905-1982) scriveva una breve, incisiva e memorabile riflessione su Paolo di Tarso e sul Cristianesimo Giudaico, che condivido pienamente, e che, quindi, riporto nella sua integralità.

Se vi e un fatto che non può mancare di colpire ogni persona che studi seriamente la storia del Cristianesimo, questo e l'assenza pressoché completa di documenti riguardanti l'uomo di cui la grande religione internazionale porta il nome, vale a dire Gesù Cristo. Non sappiamo di lui che quanto ci viene detto nei Vangeli, vale a dire, praticamente nulla; poiché queste raccolte, cosi prolisse nella loro descrizione di fatti miracolosi che lo riguardano, non danno alcuna informazione sulla sua persona e, in particolare, sulle sue origini. Certo abbiamo, in uno dei quattro Vangeli canonici, una lunga genealogia relativa a Giuseppe, sposo della madre di Gesù, e risalente fino ad Adamo! Ma io mi sono sempre chiesta di che interesse questa prosapia poteva mai essere per noi, dato che ci viene detto espressamente in altri luoghi che Giuseppe non ha nulla a che fare con la nascita del Bambino. Uno dei numerosi Vangeli "apocrifi" – rigettati dalla Chiesa – attribuisce la paternità di Gesù ad un soldato romano, notevole per il suo coraggio e soprannominato, proprio per questo, "la Pantera". Questo Vangelo viene citato da Ernst Häckel in uno dei suoi studi sul Cristianesimo dei primi tempi. L'accettazione di questo punto di vista, tuttavia, non risolverebbe interamente la questione molto importante delle origini del Cristo, poiché non ci viene detto chi era Maria, sua madre. Uno dei Vangeli canonici ci dice che essa era figlia di Joachim e di Anna, allorché Anna aveva passato l'età della maternità; in altre parole, sarebbe, essa pure, nata miracolosamente – o sarebbe stata, molto più semplicemente, una bambina adottata da Anna e Joachim nella loro vecchiaia – il che non chiarisce affatto le cose.

Ma vi è qualcosa di ben più inquietante. Si sono recentemente scoperti gli annali di un importante insediamento della setta degli Esseni, situato ad appena una trentina di chilometri da Gerusalemme. Questi annali si riferiscono ad un periodo che si estende dall'inizio del primo secolo prima di Gesù Cristo alla seconda metà del primo secolo dopo di lui. Vi si tratta, già settant'anni prima di lui, di un grande Iniziato o Maestro spirituale – di un "Maestro di Giustizia" – di cui si attenderebbe un giorno il ritorno. Della carriera straordinaria di Gesù, delle sue innumerevoli guarigioni miracolose, del suo insegnamento durante tre interi anni in mezzo al popolo della Palestina, del suo ingresso trionfale in Gerusalemme, così brillantemente descritto dai Vangeli canonici, del suo processo e della sua crocifissione (accompagnata, secondo i Vangeli canonici, da avvenimenti così singolari come un terremoto, l'oscurarsi del cielo alle tre del pomeriggio, e il fatto che il velo del Tempio si sarebbe lacerato spontaneamente in due) non viene detta una sola parola nelle pergamene di questi asceti – uomini eminentemente religiosi, che di tali avvenimenti avrebbero dovuto interessarsi. Sembrerebbe, secondo queste "pergamene del Mar Morto", – raccomando a coloro cui ciò interessi la lettura dello studio pubblicato da John Allegro, in lingua inglese – o che Gesù non abbia prodotto nessuna impressione sugli spiriti religiosi del suo tempo così avidi di saggezza e così ben informati come sembrano essere stati gli asceti del monastero in questione, oppure... che egli non sia, semplicemente, mai esistito! Per inquietante che sia, questa conclusione deve venir posta dinnanzi al pubblico mondiale e, in particolare, dopo le recenti scoperte, dinnanzi al pubblico cristiano.

Tuttavia, per ciò che riguarda la Chiesa cristiana, e il Cristianesimo in quanto fenomeno storico, e il ruolo che esso ha recitato in Occidente e nel mondo, la questione ha molta meno importanza di quanto non sembri. Poiché anche se Gesù è vissuto ed ha predicato, non è affatto lui il vero fondatore del Cristianesimo quale esso si presenta nel mondo. Se è veramente vissuto, Gesù è stato un uomo "al di sopra del Tempo", il cui regno – come egli stesso ha detto a Pilato, secondo i Vangeli – "non era di questo mondo"; un uomo la cui intera attività, tutto l'insegnamento, tendevano a mostrare, a coloro che erano insoddisfatti di questo mondo, una via spirituale attraverso la quale essi potevano sfuggire e trovare, nel loro paradiso interiore, in questo "Regno di Dio" che è in noi, il Dio "in spirito e verità" che essi cercavano senza conoscerlo. Se è vissuto, Gesù non si è mai sognato di fondare una organizzazione temporale – e mai, soprattutto, una organizzazione politica e finanziaria – come è così presto diventata la Chiesa cristiana. La politica non lo interessava affatto. E, detestato dai ricchi egli era un nemico così deciso di ogni ingerenza del danaro negli affari spirituali che certi Cristiani hanno, a torto o a ragione, visto in ciò un argomento che prova che, contrariamente all'insegnamento di tutte le Chiese cristiane (tranne, naturalmente, quelle che negano assolutamente la sua natura umana, come ad esempio la setta dei Monifisiti), egli non era affatto di sangue ebraico. Il vero fondatore del Cristianesimo storico, del Cristianesimo tale e quale noi lo conosciamo nella pratica, il quale ha recitato, e ancora recita, un ruolo nella storia dell'Occidente e del mondo, non è né Gesù, di cui non sappiamo nulla, né il suo discepolo Pietro, di cui sappiamo che era della Galilea ed era un semplice pescatore, ma Paolo di Tarso, di cui sappiamo che era Ebreo di sangue, di formazione e di cuore, e, ciò che più conta, un Ebreo istruito e "cittadino romano", come tanti intellettuali ebrei sono oggi cittadini francesi, tedeschi, russi o americani.

Il Cristianesimo storico – che non è per nulla un'opera "al di sopra del Tempo" ma in tutto un'opera "nel Tempo" – è l'opera di Saul, chiamato Paolo, vale a dire, l'opera di un Ebreo, come sarebbe stato il Marxismo duemila anni più tardi. Esaminiamo la carriera di Paolo di Tarso.

Saul, chiamato Paolo, era un Ebreo e, per di più, un Ebreo ortodosso nonché istruito; un Ebreo imbevuto della coscienza della sua razza e del ruolo del "popolo eletto" che questo doveva, secondo quanto promesso di Jahvè, recitare nel mondo. Egli era allievo di Gamaliel, uno dei più reputati teologi ebraici del suo tempo – teologo della Scuola dei Farisei; quella che, precisamente secondo i Vangeli, il Profeta Gesù, che la Chiesa cristiana avrebbe poi elevato al rango di Dio, aveva più violentemente combattuta per il suo orgoglio, la sua ipocrisia, la sua abitudine di spaccare il capello in quattro e di far passare la lettera della legge ebraica prima del suo spirito – prima, almeno, di ciò che lui credeva essere il suo spirito; non è detto che Saul non abbia avuto, a riguardo, un’idea diversa dalla sua. Inoltre – e questo è molto importante – Saul era un Ebreo colto e cosciente nato e allevato fuori dalla Palestina, in una di quelle città dell'Asia Minore romana che erano succedute all'Asia Minore ellenistica conservandone tutti i caratteri: Tarso, dove il greco era la "lingua franca" universale ed in cui il latino diventava, via via, sempre più familiare, e dove si incontravano dei rappresentanti di tutti i popoli del Vicino Oriente. In altri termini, Saul era già un Ebreo del "ghetto", che possedeva, oltre ad una profonda conoscenza della sua tradizione israelita, una comprensione del mondo dei "Goyyim" – dei non Ebrei – comprensione che doveva, più tardi, tornargli molto utile e preziosa; egli lo conosceva infinitamente meglio della maggior parte di quegli Ebrei di Palestina dal cui ambiente erano usciti i primi fedeli della nuova setta religiosa della quale proprio lui era destinato a fare il Cristianesimo tale quale noi lo vediamo.

È detto negli "Atti degli Apostoli" che egli fu dapprima un persecutore accanito della nuova setta. Gli aderenti di questa non disprezzavano forse la legge ebraica, nel senso stretto del termine? L'uomo che essi riconoscevano per loro capo, e che dicevano resuscitato dalla morte, questo Gesù, che lui, Saul, non aveva mai visto, non aveva forse dato l'esempio dell'inosservanza del Sabbat, della negligenza dei giorni di digiuno, e di altre trasgressioni assai biasimevoli delle regole di vita da cui un Ebreo non deve allontanarsi? Si diceva anche che un mistero, il che non faceva presagire nulla di buono, aleggiava sulla storia della sua nascita; che egli, forse, non era di origine ebraica – chi lo sa? Come non perseguitare una simile setta, quando uno è un Ebreo ortodosso, allievo del celebre Gamaliel? Bisognava preservare dallo scandalo gli osservatori della Legge. Saul, che aveva già dato prova di zelo con la sua presenza alla lapidazione di Stefano – uno dei primi predicatori della pericolosa setta – continuò a difendere la Legge e la tradizione ebraiche da quelli che egli considerava come degli eretici, finché non comprese finalmente che aveva molto – molto meglio – da fare, proprio dal punto di vista ebraico. Lo comprese sulla via di Damasco.

La storia, per come la racconta la Chiesa cristiana, vuole che colà egli abbia avuto un'improvvisa visione di Gesù – che egli non aveva, lo ripeto, mai visto "secondo la carne" – e che abbia inteso la voce di quest'ultimo dirgli: "Saul, Saul, perché mi perseguiti?", voce alla quale egli non poté resistere. Egli sarebbe, inoltre, rimasto accecato da una luce abbagliante e si sarebbe sentito gettare a terra. Trasportato a Damasco – sempre in questo stesso racconto degli "Atti degli Apostoli" – egli vi avrebbe incontrato uno dei fedeli della setta che era venuto a combattere, un uomo che, dopo avergli restituito la vista, gli avrebbe dato il battesimo e l'avrebbe ricevuto nella comunità cristiana.

È superfluo dire che questo racconto miracoloso non può venire accettato che da coloro che già condividono la fede cristiana. Esso non ha, come tutte le favole di questo genere, nessun valore storico. Chi, senza idee preconcette, cerca una spiegazione plausibile – verosimile, naturale – della maniera in cui le cose sono andate, non può certo accontentarsene. E la spiegazione, per essere plausibile, deve rendere conto non solo della trasformazione di Saul in Paolo, – del difensore accanito del Giudaismo in fondatore della Chiesa cristiana quale noi la conosciamo – ma anche della natura, del contenuto e della direzione della sua attività dopo la sua conversione; della logica interna della sua carriera, in altri termini del legame psicologico più o meno consapevole fra il suo passato anti-cristiano e la sua grande opera cristiana. Ogni conversione implica un legame fra il passato del convertito e il resto della sua vita, una ragione profonda, vale a dire una sua aspirazione permanente, che l'atto della conversione soddisfa; una volontà, una direzione permanente di vita e d'azione, di cui l'atto di conversione è l'espressione e lo strumento.

Ora, dato tutto quello che noi sappiamo di lui e soprattutto del seguito della sua carriera, non vi è che una volontà profonda, fondamentale, inseparabile dalla personalità di Paolo di Tarso in tutti gli stadi della sua vita, che possa fornire la spiegazione della sua "via di Damasco", e questa volontà è quella di servire il vecchio ideale ebraico di dominazione spirituale, complemento e coronamento di quello della dominazione economica. Saul, Ebreo ortodosso, Ebreo cosciente, che aveva combattuto la nuova setta nella misura in cui essa costituiva un pericolo per l'ortodossia ebraica, non poteva rinunciare alla propria ortodossia e diventare proprio l'anima e il braccio di questa setta così pericolosa, che dopo aver compreso che, rimaneggiata da lui, trasformata, adattata alle esigenze del vasto mondo dei "Goyyim" – dei "Gentili" degli Evangeli – interpretata, all'occorrenza, in modo da dare, come più tardi dirà Nietzsche, "un senso nuovo ai misteri antichi", essa poteva diventare durante alcuni secoli, se non per sempre, lo strumento più potente della dominazione spirituale di Israele; la via attraverso cui si sarebbe realizzata, più sicuramente e nel modo più definitivo, la "missione" del popolo ebraico che era, secondo lui, quella di regnare sugli altri popoli, e di asservirli moralmente, sfruttandoli anche economicamente. E più l'asservimento morale fosse stato completo, più lo sfruttamento economico sarebbe stato – implicitamente – florido. Solo a questo prezzo valeva la pena di ripudiare esteriormente il rigore della sua vecchia, amata e venerabile Legge. O, per esprimersi in un linguaggio più triviale, l'improvvisa conversione di Saul lungo la Via di Damasco si spiega in modo del tutto naturale solo se si ammette che egli si fosse reso conto, di colpo, delle possibilità che il Cristianesimo nascente gli offriva per il profitto e la dominazione morale del suo popolo, e che egli avesse pensato – in un lampo di genio intuitivo, bisogna ben dirlo, – : "Ho proprio avuto la vista assai corta, perseguitando questa setta, invece di servirmene, costi quel che costi! Come sono stato dunque stolto nell'attaccarmi a delle forme – dei dettagli – invece di vedere l'essenziale: l'interesse ultimo del popolo di Israele".

L'intera carriera ulteriore di Paolo è una illustrazione – una prova, nella misura in cui ci si può sognare di "provare" dei fatti di questa natura – di questo voltafaccia geniale; di questa vittoria dell'Ebreo intelligente, uomo pratico, e abile diplomatico (e chi dice "diplomatico" in connessione a questioni religiose, intende dire ingannevole) sull'Ebreo ortodosso istruito, preoccupato soprattutto dei problemi di purezza rituale. Dal giorno della sua conversione, Paolo, in effetti, si abbandona allo "Spirito", e va là dove lo "Spirito" gli suggerisce, o piuttosto gli ordina, di andare, pronunciando, in ogni circostanza, le parole che Esso gli ispira. Ora, dov'è che lo "Spirito" gli "ordina" di andare? Forse in Palestina, presso gli Ebrei che condividono ancora gli "errori" che egli ha appena pubblicamente abiurato, cioè coloro che sembrerebbero essere i primi ad avere diritto alla sua nuova rivelazione? Neanche per sogno! Egli se ne guarda bene! È in Macedonia, come in Grecia, e fra i Greci dell'Asia Minore, fra i Galati, e più tardi fra i Romani – in un paese Ariano; in ogni modo, in un paese non-ebreo – che il neofita se ne va a predicare il dogma teologico del peccato originale e della salute eterna attraverso Gesù crocifisso, e il dogma morale dell'uguaglianza di tutti gli uomini e di tutti i popoli; è ad Atene che egli proclama che Dio ha creato "tutte le nazioni, tutti i popoli d'un solo e medesimo sangue" (Atti degli Apostoli, Capitolo 17, versetto 26). Certo gli Ebrei, per quanto li riguarda, si astraggono da questa negazione delle differenze naturali fra le razze, ma risulta utile, dal loro punto di vista, di predicarla e di imporla ai "Goyyim"; di distruggere in essi i valori nazionali che avevano, fino ad allora, fatto la loro forza (o piuttosto, di affrettarne semplicemente la distruzione; poiché, dal IV secolo prima di Gesù Cristo, essi si stavano già sfaldando, sotto l'influsso degli Ebrei "ellenizzati" di Alessandria). Probabilmente Paolo predica anche "nelle sinagoghe", vale a dire agli Ebrei, ai quali presenta la nuova dottrina come il compimento delle profezie e dell'attesa messianica; probabilmente egli dice a questi figli del suo popolo, come a coloro che "temono Dio" – ai mezzi-Ebrei, come Timoteo, e agli Ebrei per un quarto che abbondano nei porti del mar Egeo (come anche a Roma) – che il Cristo crocifisso e resuscitato, che egli annuncia, non è altro che il Messia promesso. Egli dà un senso nuovo alle profezie ebraiche, così come dà un nuovo significato ai misteri immemorabili della Grecia, dell'Egitto, della Siria, e dell'Asia Minore: un senso che attribuisce un ruolo unico, un posto unico, un'importanza unica al popolo ebraico nella religione dei non-Ebrei. In effetti non vi è, per lui, che questo mezzo per assicurare al suo popolo la dominazione spirituale dell'avvenire. Il suo genio – non religioso, ma politico – consiste proprio nell'averlo compreso.

Ma non è sul solo piano della dottrina, che egli può dimostrarsi di una flessibilità sconcertante: – "Greco con i Greci, ed Ebreo con gli Ebrei", come afferma lui stesso. Egli ha il senso delle necessità – e delle impossibilità – pratiche. È – lui, all’inizio così ortodosso – il primo ad opporsi ad ogni imposizione della legge ebraica ai convertiti cristiani di razza non ebraica. Insiste – contro Pietro, e il gruppo meno conciliante dei primi Cristiani di Gerusalemme – sul fatto che un Cristiano di origine non ebraica, non ha assolutamente bisogno della circoncisione; né delle regole ebraiche riguardanti la nutrizione. Scrive ai suoi nuovi fedeli – mezzi-Ebrei; mezzi-Greci; Romani di dubbia origine; Levantini di tutti i porti del Mediterraneo: a tutta questa gente senza razza, di cui egli vuol fare l'intermediario virale fra il suo popolo, immutabile entro la propria tradizione mosaica, e il vasto mondo da conquistare – che non esistono affatto, per essi, delle distinzioni fra ciò che è "puro" e ciò che è "impuro"; che è loro permesso di mangiare qualsiasi cosa ("tutto ciò che si trova sul mercato"). Egli sapeva che, senza queste concessioni, il Cristianesimo non poteva sperare di conquistare l'Occidente – né Israele sperare di conquistare il mondo, per mezzo dell'Occidente convertito.

Pietro, che non era affatto un Ebreo da "ghetto", non conosceva ancora nulla delle condizioni del mondo non-ebraico, e non vedeva affatto le cose dallo stesso punto di vista, – non ancora, in ogni caso. È per questo che bisogna vedere in Paolo il vero fondatore del Cristianesimo storico: l'uomo che ha fatto, dell'insegnamento puramente spirituale del profeta Gesù, la base di un'organizzazione militante nei Tempi; il cui scopo non era, nella coscienza profonda dell'apostolo, che la dominazione dei suoi pari razziali su un mondo moralmente de-virilizzato, e fisicamente imbastardito; un mondo in cui l'amore mal compreso dell'"uomo", conduce direttamente alla mescolanza indiscriminata delle razze, alla soppressione di ogni fierezza nazionale, e, in una parola, alla degenerazione.

È tempo che i Gentili aprano gli occhi a questa realtà di duemila anni; che essi ne afferrino tutta l'acuta attualità, e che reagiscano di conseguenza.

ML

IL PARADIGMA ARIANO



Savitri Devi Mukherji,

IL PARADIGMA ARIANO
di Mauro Likar

Lo stupido non si cura di me, quando appaio in sembianza umana.

Bhagavad Gita, IX, verso 11


Se dovessi scegliere un motto, prenderei questo: “Puro, duro, sicuro” – in altri termini: inalterabile. Esprimerei così l’ideale dei Forti, di quelli che nulla abbatte, che niente corrompe, che niente fa cambiare; di quelli su cui si può contare, perché la loro vita è ordine e fedeltà, all’unisono con l’Eterno.

Savitri Devi, Souvenirs et réflexions d’une Aryenne

Savitri Devi Mukherji, nata Maximiani Portas, vestale ed araldo sacerdotale del Nazionalsocialismo, è indubitabilmente una delle voci più intense ed intellettualmente pregnanti del dissenso Ariano, durante e dopo la seconda Guerra Mondiale. Approdata all’Hinduismo, e fervente Nazional-Socialista, ha operato la sintesi fra Hinduismo, ideologia razziale Nordico Ariana e filosofia Hitleriana. Ha individuato in Adolf Hitler un Avatar del dio vedico Vishnu, e lo ha proclamato tale nei suoi scritti, che hanno avuto un’influenza decisiva sul Nazionalsocialismo del dopoguerra ed, in generale, sullo sviluppo e la conoscenza dell’Hitlerismo “esoterico”, resosi occulto in seguito alla sua plateale demonizzazione. Nella sua concezione iniziatica, Savitri Devi ha invece trattato il Nazionalsocialismo Hitleriano come una Via Iniziatica legittima e tradizionale, e come una valida prassi metafisica di perfezionamento umano.

Maximiani [in francese, Maximine] Portas nasce il 30 settembre del 1905 a Lione, in Francia, da M. Portas, d’origine italo-greca, e da Julia Nash, di nazionalità britannica e d’origine danese. La sua religione di nascita è quella cristiana ortodossa, di rito greco. Si laurea in Lettere nel 1926, e diviene Dottore in Scienze e filosofia nel 1934. Parla francese, inglese, greco e tedesco, e poi hindi e bengali. Nata francese, ottiene la nazionalità greca nel 1928.

Il 9 giugno del 1940 sposa Sri Asit Krishna Mukherji e diviene cittadina Indiana con il nome di Savitri Devi. Muore il 22 ottobre 1982, alle ore 0.25, e non lascia figli carnali, ma una lunga serie di libri proibiti: che ne fanno la “Grande Sacerdotessa” e la profetessa della “Rinascenza Ariana” a venire.

Il padre di Maximine le parla in greco, la madre in inglese, il resto della gente in francese, e lei apprende il tedesco alla scuola secondaria; è ovvio che la sua apertura al mondo, la sua vivacità di spirito ed il suo dinamismo si manifestino fin da principio, con un’ampiezza inconsueta. Sensibile e predestinata, fin dai suoi cinque anni rifiuta di mangiare la carne, e la madre le prepara dei piatti vegetariani. Durante gli anni della sua educazione religiosa, nel Rito Ortodosso greco, Maximine organizza, assieme al Pope, una sorta di scuola per i più piccini, con passeggiate, belle fiabe, e piccole festicciole familiari.

Nel frattempo studia molto seriamente la Bibbia, e tutti gli orrori che con compiacimento, ed evidente spirito di vendetta, vi vengono descritti, la indispongono profondamente nei confronti degli Ebrei, dei loro epigoni giudeo-cristiani, e delle loro religioni, lasciandole l’amaro in bocca ed un incancellabile impressione di disgusto.

In Francia, i detentori della Ricchezza Economica, all'inizio del XX secolo, non formano ancora un gruppo compatto, e sono divisi da lotte di interesse, da credenze religiose e da evidenti diversità etniche e razziali, ma operano, comunque, ognuno per proprio conto, in una perfetta sincronia di intenti.

La Finanza controlla e dirige, fin dalla Rivoluzione Francese, la politica interna ed estera della Francia, ora sotto la sua Terza Repubblica, in cui danaro e politica si confondono, si identificano e spesso si equivalgono.

Gli Eletti detentori della ricchezza economica, “les puissances de l'argent”, compreso il vero scopo funzionale della Democrazia, e conoscendone e manovrandone l'implicito egoismo, non hanno che uno scopo: Dominare dall'ombra il potere politico, per ottenere lauti profitti; senza subirne gli oneri, o la responsabilità. Per questo, infaticabili ed insinuanti, decisi e brutali, annodano relazioni con i Regnanti, rendono servigi, corrompono funzionari, e, disponendo dei mezzi, che agiscono sull'opinione pubblica, ovvero della Stampa, preparano il terreno propizio alle loro imprese, portando al potere, nelle Nazioni Bonificate dalle Dinastie Aristocratiche ed ormai consegnate al Parlamentarismo Democratico, o popolare, i propri rappresentanti nonché i propri obbedienti cani di paglia.



La colonia greca di Lione cui Maximine appartiene, è assai attenta alla politica estera della Francia, alleata dei Panslavi russi, e spesso vi si parla di un greco d’origine Russa, divenuto famoso come il più grande mercante d’Armi e di morte d’Europa: Zacharias Basileios, alias Sir Basil Zaharoff.

Una delle vendite più mirabolanti e famose di Zaharoff è stata quella del Nordenfelt I, il sottomarino a vapore difettoso che egli ha venduto prima ai Greci, e poi anche ai Turchi, ormai minacciati dal moderno ordigno.

Zaharoff ha poi persuaso i Russi del pericolo costituito ormai dalla flotta turca del Mar Nero, ed ha venduto, anche a loro, altri due sottomarini.

Quasi mai le guerre, e le verità ad esse implicite, corrispondono a quanto s’insegna nelle scuole, si scrive su libri e giornali, o si grida alle folle dall'alto delle Tribune. Quasi mai, i conflitti hanno come oggetto causale la difesa del suolo nazionale, il diritto delle genti, l'onore, o la civiltà.

Come dietro alle alleanze, così e maggiormente dietro alle guerre, esistono movimenti d’interessi finanziari giganteschi, e crudeli competizioni d'ordine commerciale, che non coincidono con i reali interessi delle collettività nazionali, che in quelle guerre vengono coinvolte e, spesso, distrutte. Coincidono, invece, perfettamente con gli interessi di determinati Trust, con le finalità ed i profitti delle Lobby siderurgiche, e con gli interessi della Finanza.

Nel 1914, voluta da Francia Russia ed Inghilterra, scoppia la Grande Guerra, e la Grande Idea, la “Magale Idea” dei Greci, è il ritorno alla patria ellenica delle terre conquistate dall’Impero Ottomano. Nel 1915 Basil Zaharoff intreccia delle strette relazioni, con David Lloyd Gorge e Aristide Briand. Uno degli scopi di Zaharoff è di assicurarsi l’entrata della Grecia nel conflitto, a fianco degli Alleati, a rinforzo del fronte orientale.

In apparenza ciò sembrerebbe impossibile, dato che il re greco Costantino I è il cognato del Kaiser tedesco Guglielmo II. Stabilendo in Grecia un’agenzia di stampa, che dirama notizie favorevoli agli Alleati, Zaharoff provoca, in alcuni mesi, la destituzione di Costantino in favore del suo primo ministro: Eleftherios Venizelos. Dopo lo sbarco dei Francesi a Salonicco, nel 1915, le truppe anglo francesi entrano ad Atene nel 1916. Il re viene destituito e Venizelos sale al potere.

Inizia da qui l’appassionato impegno di Maximine a favore della Germania, quando lei, che ha appena 11 anni, scrisse alla stazione ferroviaria di Lione, con il gesso, dei graffiti anti-Intesa in lettere alte un metro: “Abbasso gli Alleati, Viva la Germania!”, per protestare contro la loro invasione illegale della Grecia, paese neutrale.

Nel 1919, a 14 anni, Maximine legge soprattutto il poeta Leconte de Lisle, che la orienta con Poemi Antichi, l’Arco di Shiva e Poemi Barbari verso un paganesimo che celebra l’eroica resistenza dei popoli celtici e germanici, di contro all’invasione ebraico cristiana. Visita allora con la famiglia un campo di prigionieri tedeschi, e, comunicando con essi, ne comprende e condivide la tragedia.

La guerra non è stata fatta solo con l'oro ebraico, ma soprattutto con gli uomini e con il ferro cristiani. Per coloro che producendo e lavorando l’acciaio – siano essi ebrei, protestanti, o cristiani cattolici – , preparano ad arte la morte di milioni d’esseri umani, la Guerra si presenta non come un orrore, da evitare ad ogni costo, ma come una necessità economica, da promuovere con ogni possibile mezzo. Gli ordigni bellici che essi fabbricano comportano una propria fatalità funzionale e d'uso: una volta fabbricati, devono essere venduti, utilizzati, distrutti, e poi ricostruiti.

Per il fatto stesso d'esistere, e per il gioco ovvio degli enormi capitali che rappresentano, essi creano un fatale ciclo di Guerra e di Morte.

Ecco perché gli urti fra i Regnanti, le Nazioni ed i popoli sono, per i mercanti d'armi, necessità commerciali; ricerche affannose di uno sbocco letale desiderato, e di un ampio consumo dei propri prodotti. Se tali scontri si producono spontaneamente, tanto meglio, altrimenti, bisognerà provocarli abilmente, perché i produttori ed i venditori d'armi, come hanno bisogno di ferro per fare armi e cannoni, così hanno bisogno di un enorme sacrificio di vite umane, per assicurarsi la vendita e l'uso di tutte le loro macchine belliche.

Il Grande organismo siderurgico e le Banche sono maestri, nell'arte di provocare e sfruttare, a proprio esclusivo vantaggio, le tensioni, gli allarmi, le inquietudini e le paure fra popoli che, poi, si traducono in ordinazioni di materiale bellico, ed in affari finanziari colossali che, assai spesso, per non dire sempre, conducono ad una guerra. L’opinione pubblica viene abilmente influenzata e pilotata dai giornali che questi Trust possiedono; a volte, questa opinione – all’epoca in Francia, nazionalista con stridenti accenti revanscisti – viene addirittura creata, e poi ampiamente diffusa.

I fabbricanti d'armi esercitano un'influenza totale sui governi, ed usano ogni mezzo per ottenere grandi commesse per forniture dei loro prodotti, che verranno poi pagate, ricorrendo ai prestiti dell'Alta Banca: a salassi e ad ipoteche che metteranno, gli Stati belligeranti, quanti e quali essi siano, nelle mani rapaci dei Corvi cosmopoliti della finanza.

Colpita dai molteplici tradimenti degli Alleati, la colonia greca di Lione giunge alla disperazione quando nel 1922, l’offensiva di Mustafà Kemal Ataturk rioccupa Smirne: 30.000 cristiani – Greci, Armeni e “Franchi” – vengono selvaggiamente massacrati. La città va a fuoco e un milione di sfollati cercano asilo. Maximine, mossa dalle proprie acute riflessioni sulle cause e sugli sviluppi della guerra, e dall’indignazione per l’iniquo trattamento riservato dal Trattato di “pace” di Versailles alla Germania sconfitta, non riserva più all’Inghilterra, alla Francia ed ai paesi loro alleati che il proprio più profondo disprezzo.

Questo è l’inizio della sua evoluzione spirituale, perchè essa vede in questi eventi catastrofici, che hanno sconvolto l’Europa ed il Mondo Ariano, la fine della “Civiltà ellenistica occidentale”, tenacemente radicata nella verità, e detentrice delle qualità caratteriali e della sensibilità dei propri Antenati. Inizia da qui l’era “moderna” delle ipocrisie, della miseria morale, e della perdita d’ogni valore superiore.

Si produce nella giovane donna, di una intelligenza e d’una precocità non comuni, una reazione che la porta a rigettare decisamente il cristianesimo e l’ebraismo, per rivolgersi all’Hinduismo ed al Paganesimo Ario-Germanico. Compie il suo primo viaggio in Grecia nel 1923, poi nel 1926 ottiene la laurea in Lettere e, nel febbraio del 1928, al Consolato di Grecia a Lione, ottiene la cittadinanza greca, rinunciando a quella francese.

Questo gesto basilare materializza la sua rottura con tutto ciò che caratterizza la civiltà e le ipocrisie dell’Occidente.

Mentre studia ad Atene, il suo nazionalismo politico, fuso ad un profondo amore per la cultura e l’arte Greco-Romana ed ellenistica, e corroborato dalla giusta comprensione del ruolo devastante avuto dal Cristianesimo nella corrosione dei valori e della civiltà Ariana dell’Occidente, sfocia in un convinto razzismo pagano. Una visita in Palestina, nel 1929, in cui per la Quaresima partecipa ad un pellegrinaggio ortodosso, la convince ulteriormente che il Giudeo-Cristianesimo, le cui manifestazioni esteriori osservate in Terra Santa trova false e disgustose, è un’intrusione aliena nel tessuto spirituale e psichico dell’Occidente; un Virus che ne ha distorta la natura e l’evoluzione interiore ed esterna, sovrapponendo, ad una Gnosi Reale, uno sterile monoteismo, ed un servile filo-semitismo. È proprio in Palestina che Savitri diventa Nazionalsocialista.

Nel novembre del 1929 rientra a Lione, iscrivendosi alla facoltà di Scienze. Nel 1930, a 25 anni, legge tre libri per lei fondamentali: il Mein Kampf di Adolf Hitler, il Mito del XX° Secolo di Alfred Rosenberg e La Dimora Artica dei Veda di Lokamanya Bâl Gangâdhar Tilak, scritta in carcere nel 1903, e decide di informarsi il più possibile sugli Ariani, e sul loro politeismo così vicino all’Antica Religione Greca, a lei molto familiare.

Il Padre muore nel febbraio del 1932 lasciandole un’eredità. In aprile Maximine s’imbarca da Marsiglia per Colombo, nello Sri Lanka, e in maggio attraversa il “Ponte di Rama” per assistere al festival primaverile di Holi, a Râmeshvaram nell’India meridionale. Viaggia in India, alla ricerca di quel Paganesimo Ariano che il Giudeo Cristianesimo ha soppiantato. Nel subcontinente vede “Gli Dei e i Riti, simili a quelli dell’Antica Grecia e dell’Antica Roma, dell’Antica Britannia e Germania, che gente della nostra razza qui ancora pratica, con il culto del Sole, da seimila anni.”

Il suo eroe esemplare è l’Imperatore Claudio Giuliano, che la marmaglia cristiana ha definito Apostata, e che, nel IV secolo, ha restaurato nell’Impero Romano, per un tempo troppo breve, il paganesimo ed il culto del sole.

Nel 1934 Torna a Lione per sostenere ed ottenere il dottorato in Scienze, poi, nel maggio del 1935 è nuovamente in India, a Râmeshvaram. Nello stesso anno, insegna Storia dell’Inghilterra al Jerandan College di Delhi, e poi a Mathurâ.

Infine, si presenta a Shrimat Swami Satyananda, presidente della Hindu Mission di Calcutta, e diviene conferenziera itinerante per le regioni del Bihar, del Bengala e dell’Assam. Quando lei gli chiede se può fare riferimento ad Adolf Hitler ed al suo Mein Kampf, nelle sue conferenze, lui le risponde che Hitler è per loro un Avatar, o un’Incarnazione di Visnu: il preservatore delle cose Contro il Tempo.

Interrogato da lei allo stesso proposito, Ramana Maharshi, una delle più grandi personalità spirituali dell’Advaita Vedanta indiano, dirà che Hitler è uno “Jnani”, ovvero un Saggio. Lo Jnani, spiega Devi, “è un saggio che ha l’esperienza personale diretta, e completamente cosciente, delle verità eterne che esprimono l'essenza dell'universo.”

Inclusa questa antica legge cosmica Ariana, che gli Hindù hanno conservata, e che postula l’ineguaglianza delle creature, implicita nelle diverse razze, che sono il sigillo di una diversità non solo fisica, ma anche psichica e spirituale, e che corrispondono, dunque, ad una distinta Gerarchia degli esseri, nella Luce dell’Unica Realtà ad essa implicita: il Brahman-Atman delle scritture Hindu.

Savitri Devi, come pure Julius Evola, riporta l’antica cosmologia Ariana all'Artide, alla Hyperborea di Thule, in una linea che discende dalla Società della Thule Gesellschaft fino al Nazionalsocialismo.

“Bene ha fatto von Sebottendorff, il fondatore della famosa società di Thule a venire spesso in India e ad intrecciare contatti consapevoli con le Tradizioni Hindù riguardanti gli Hyperborei.”

Nella scelta hitleriana del simbolo dello svastika, la ruota solare ariana, come emblema del Nazionalsocialismo, Savitri vede chiaramente un segno di inequivocabile affinità: “Si tratta del profondo legame resosi visibile fra Hitler e l’Hinduismo ortodosso.”

“Gli Arya”... Grecia, India, Germania: queste sono le pietre miliari storia della mia vita. Proprio come le altre donne amano diversi uomini, di seguito, così io ho amato l’essenza di diverse culture, l’anima di almeno queste tre nazioni. Ma, in tutte e tre, ed al di sopra di esse, vi è la perfezione essenziale dell’arianità, che io ho visto e celebrato, adorandola per tutta la mia vita.

Io ho visto Dio – l’ Assoluto – nella bellezza vivente e nelle molte virtù del mio proprio Dio – della Razza, come un’altra donna Lo vede negli occhi dei suoi amati, dandogli tutto per la gioia di adorarlo in quelli; non nel cielo, ma qui, sulla terra.

Maximine Portas prende allora residenza a Calcutta e, lavorando per la Hindu Mission, assume il nome di Savitri Devi, la Dea ariana del Sole. L’Hinduismo razziale ariano corrobora la sua fede razziale nazionalsocialista, e lei si impegna nel Movimento Nazionalista Indiano, che combatte su due fronti: contro l’Islam e contro il colonialismo britannico.



Viaggia sui treni sovraffollati: Benares, Lahore, Peshâvar, Vrindavan, Mathura, Udjaipur, Puri, il Gange. Ormai è diventata “la Missionaria del Paradigma Religioso ariano”. Nel 1937 incontra Subhas Chandra Bose, che sta lavorando alacremente, da cinque anni, per un’alleanza Germano-Indiana. Il 9 gennaio 1938, a Calcutta, viene presentata a Sri Asit Krishna Mukherji, dottore in Storia, editore e brahmano, fondatore di The New Mercury, bimensile nazionalsocialista sostenuto dal consolato tedesco di Calcutta dal 1935 fino alla sua interdizione, nel 1937.

Dopo questo incontro, Maximine, che sposerà Mikherji il 9 giugno del 1940, diventa anche legalmente Savitri Devi. Savitri ed Asit condividono la stessa visione di un mondo pan-ariano, fondato sul vigore e sulla purezza del suo substrato razziale.

Nel 1939, Savitri pubblica a Calcutta A Warning to the Hindus, che invita alla riconquista dello spazio di civilizzazione indù, precedente alla colonizzazione, prima arabo-islamica, poi britannica, al rinnovarsi del paganesimo dimenticato, dei culti della Natura, della giovinezza e della forza razziale. Esso è dedicato al divino Claudio Giuliano, Imperatore dei Greci e dei Romani.

Con la guerra la situazione cambia drasticamente, perché Savitri è straniera, quindi sospetta, e rischia l’espulsione oppure l’internamento preventivo in un campo di concentramento inglese; sospetta anche a causa delle sue notorie attività filo-nazionalsocialiste. Allora A.K. Mukherji le propone il matrimonio, che le consente d’avere, con il un passaporto britannico, un’ampia libertà di movimento. Durante la guerra, la coppia svolge azioni di Intelligence a favore dell’Asse, e Mukherji mette il militante nazionalista Indù Subhas Chandra Bose in contatto con i Giapponesi, che vogliono finanziare la sua Indian National Army, nella campagna antibritannica.

Nel luglio del 1940, Savitri Devi pubblica The Non Hindu Indians and Indian Unity. In Europa ed in Asia c’è la guerra, e nel 1945 la sconfitta della Germania segna l’occultarsi dell’ideologia e del Progetto Pan-Ariano. Hiroshima e Nagasaki mostrano al mondo, impresso nelle ceneri radioattive dei più grandi forni crematorî della storia, il vero volto dei vincitori.

Disperata e sconvolta per la sconfitta della Germania e per il suo smembramento post-bellico, Savitri Devi decide di lasciare l’India, per intraprendere la sua nuova missione: di resistente ariana, e di propagatrice clandestina delle “Verità proibite”, relative al Nazionalsocialismo e all’Hitlerismo sconfitti. Ritorna in Europa nel 1945, determinata a propagandare il suo credo nazista. Nel novembre del 1945 s’imbarca a Bombay, per Londra, e prende contatto con le camicie nere di Oswald Mosley, ma non trova, nel gruppo, che dei piccolo borghesi ormai intimoriti, appartatisi dalla politica.

Va a Lione, dalla madre, e scopre che un abisso ideologico le separa. Qui, nel marzo del 1946, termina Impeachment of Man, che viene pubblicato a Calcutta da Mukherji.

Di nuovo a Londra, pubblica con la Società Teosofica The Son of God, un libro sul Faraone eretico Akhenaton, mentre il mondo intero parla delle atrocità naziste, ed i vincitori inscenano un Processo di Norimberga che ha il solo scopo di eliminare, fisicamente, le scomode Verità dei Vinti.

Il 16 Ottobre 1946, per non essere accoppato come un criminale, Hermann Goering si suicida con il cianuro, nel tetro carcere di Norimberga, e Savitri il 28 novembre si imbarca per l’Islanda: l’antica Thule dei greci.

Lavora come domestica, ed impara l’islandese, poi diviene precettrice francese di un’austriaca, sposata ad un islandese. Nel dicembre del 1947 torna a Londra e trova impiego come costumista alla Randolph Dance Company, che allestisce un po’ ovunque spettacoli di danza indiana.

Nel frattempo prepara il suo libro The Lightning and the Sun, che espone la sua dottrina ariana, ed una accorata testimonianza su Adolf Hitler.

Con la Compagnia di Danza giunge a Stoccolma e, per caso, incontra un vecchio amico inglese, nazionalsocialista, che la presenta a dei camerati svedesi fra cui Sven Hedin, il celebre esploratore dell’Asia e del Tibet, che allora ha 83 anni.

Il 6 giugno Savitri ed Hedin discutono per quattro ore sulle condizioni della Germania, e sulle possibilità d’una rinascita ariana. Molto ottimista, il vecchio esploratore le solleva il morale tanto da indurla a recarsi in Germania in Missione.

Savitri stampa dei volantini di propaganda, e il 15 (1947)giugno prende il Nord-Express da Stoccolma a Parigi. Passa per molte città tedesche: Flensburg, Hamburg, Brema, Duisburg, Dusseldorf, Colonia, Regensburg, e ad ogni fermata distribuisce questi messaggi proibiti, dissimulati in vario modo.

“Ho alcune carte pericolose qui... vuoi vederle?” Così dicevo al giovane Germanico, alto e bello, che camminava al mio fianco lungo il passaggio sotterraneo che portava alla pensilina da dove dovevo prendere il mio treno, alla stazione di Colonia, la notte fra il 13 e 14 Febbraio 1949. Avevo incontrato l’uomo alcune ore prima, alla “Missione Cattolica” della stessa stazione, ed avevamo parlato abbastanza per poterci fidare l’uno dell’altro, e per dire il resto.

Si fermò un secondo, guardandosi attorno per vedere se qualcuno ci stesse seguendo, o se un passante avesse potuto udire le mie parole. Ma c’era poca gente nel lungo corridoio. Il giovane uomo si girò verso di me e disse a voce bassa: “Si, dammene uno.” Io tirai fuori dalla tasca un volantino piegato due volte in quattro e lo misi nella sua mano. “Non fermarti a leggerlo ora,” dissi, ma aspetta finché saliamo sul treno, e poi va a leggerlo alla toelette, dove nessuno può disturbarti. Prenditi tutto il tempo, pensa se questi manifestini possono tornare utili, e dimmelo francamente. Se ne vuoi ancora, ne ho abbastanza.” Il giovane mise la preziosa carta nella tasca interna del cappotto, e continuò a camminare al mio fianco in silenzio, aiutandomi a portare il mio piccolo bagaglio. Raggiungemmo la piattaforma. Il treno era là, praticamente vuoto, perché non doveva partire che un’ora dopo, all’1:12, se ricordo bene. Soffiava un vento impetuoso, e faceva tremendamente freddo.

Il giovane uomo mi aiutò a sistemare la valigia nel bagagliaio, e poi si isolò per andare a leggere il foglietto nel posto più appartato, come avevo suggerito. Le parole che egli lesse, scritte in grandi caratteri maiuscoli sotto una svastika che copriva quasi un terzo della pagina, erano le seguenti:

POPOLO GERMANICO,
COSA TI HANNO PORTATO LE DEMOCRAZIE?
IN TEMPO DI GUERRA, FOSFORO E FUOCO.
DOPO LA GUERRA, FAME, UMILIAZIONE, OPPRESSIONE;
LO SMANTELLAMENTO DELLE FABBRICHE;
LA DISTRUZIONE DELLE FORESTE;
ED ORA, — LO STATUTO DELLA RUHR!
MA “LA SCHIAVITÙ CHE ORA VIENE SARÀ DI BREVE DURATA.”

IL NOSTRO FÜHRER È VIVO
E PRESTO TORNERÀ, CON UN POTERE INAUDITO.
RESISTI AI NOSTRI PERSECUTORI!
ABBI FIDUCIA ED ATTENDI.

HEIL HITLER!

Il foglio era firmato “S.D.” — ovvero le mie iniziali.

Il giovane Tedesco uscì dal suo angolo. C’era una strana luce nei suoi brillanti occhi grigi, e uno strano imperio nel suo tono di voce. “Dammi quanti più puoi di questi fogli. Io li distribuirò per te!”, disse. Non era più il solitario, affamato, triste prigioniero di guerra, che era appena tornato a casa, dopo quattro lunghi anni di ogni tipo di maltrattamento nelle mani dei nemici della Germania. Era ancora una volta il soldato di una Germania vittoriosa – di una Germania invincibile – e l’araldo dell’Eterna Idea di Hitler; era ancora una volta il suo antico sé, che nulla può uccidere.

Questa traversata della Germania in rovina segna profondamente Savitri Devi. Per viaggiare ora le serve un’autorizzazione militare, che ottiene da un vecchio amico che lavora all’Ufficio degli affari Tedeschi, e che non sospetta nulla delle sue attività clandestine. Nel 1948 e 1949, al tempo della de-nazificazione, Savitri conduce una serie di missioni di propaganda clandestina in una Germania prostrata e devastata dall’inedia di massa, e dal terrore prodotto dai bombardamenti Alleati, che hanno raso al suolo le antiche città tedesche.

Distribuisce opuscoli e biglietti postali, che sollecitano la resistenza ad una brutale occupazione. Gli opuscoli sono accompagnati da piccoli doni di caffè, zucchero, o burro. Per Savitrti Devi, la diffusione di quegli fogli attraverso la Germania assume un significato di proporzioni cosmiche: "scritto e gettato dagli Dei, attraverso di me."

Durante tre mesi, dal 7 settembre al 6 Dicembre 1948, distribuisce seimila proclami pro nazisti, nelle tre zone di occupazione Occidentale. Poi torna a Londra per preparare la sua “terza missione” e far stampare i volantini necessari. Prima di attraversare il confine con il Belgio, inizia a cantare un Mantra di Shiva, “il Distruttore”. A Londra, fa stampare 6.000 opuscoli e, con quelli, rientra in Germania.

Comincia a scrivere Gold in the Furnace: l’Oro della resistenza nazionalsocialista nella fornace della Germania occupata. Continua così la sua descrizione della Germania in rovina, iniziata con Defiance, e la sua distribuzione di volantini: 11.500, fino al suo arresto, nel febbraio del 1949.

Condannata a tre anni di detenzione o all’espulsione verso l’India, sceglie la prigione, ma non vi resterà che 8 mesi. Finirà il libro segretamente, nella cella di Werl, nella zona d’occupazione britannica, e conoscerà delle altre detenute nazionalsocialiste, che le forniranno poi dei preziosi contatti esterni.

Da allora, Savitri Devi viene considerata una Camerata, e potrà ottenere degli aiuti clandestini, dati ai militanti in difficoltà. La sua fama si espande nell’ambiente nazionalsocialista tedesco, e poi inglese ed americano. Viene espulsa, e per poter tornare in Germania deve fornirsi d’un’altra identità, e ridiventa così la cittadina greca Maximiani Portas. Con questa identità, Savitri compie un pellegrinaggio nei molti luoghi in cui si è svolta la vita di Adolf Hitler, colui che lei considera, come farà poi anche il Cileno Miguel Serrano, un Avatar o incarnazione di Vishnu.

Nel 1953, Savitri torna illegalmente in Germania per un proprio speciale Pellegrinaggio, durato quattro anni, ai Luoghi Alti del Nazionalsocialismo e del paganesimo germanico. Questo “viaggio alle sorgenti”, effettuato a dispetto del decreto d’espulsione delle Autorità di Occupazione, viene registrato nel libro dal titolo omonimo: Pellegrinaggio, che uscirà a Calcutta nel 1958, stampato da Mukherji.

Visita Braunau am Inn, Lambach, Linz, Berchtesgarden, il Berghof, la Feldherrnhalle, Steyr, Vienna, Monaco e Norimberga. Vive per due anni a Emsdetten in Vestfalia, in casa di un simpatizzante Nazionalsocialista, e qui completa Folgore e Sole, ed aggiunge alle stazioni del suo Pellegrinaggio lo Hermannsdenkmal ed il complesso megalitico di Externsteine.

Il primo è un monumento in onore della sconfitta inflitta ai Romani da Hermann, o Arminio, nel 9 d.C.; il secondo un tempio solare pagano, dove Savitri sperimenta una rivelazione mistica, che riguarda la vittoria finale Ariana. Qui culmina il suo viaggio, sulle rocce verticali che formano il santuario principale del culto germanico del sole: Externsteine. “Le rocce del sole” sono il luogo dove, durante il Reich Hitleriano, venivano nuovamente celebrati i solstizi, e dove la gioventù Hitleriana veniva iniziata.

È il monumento più splendido fra tutti i Templi del sole che Devi ha visto in Grecia, in Egitto, o in India. Nella Stanza centrale turrita, allineata per catturare il sole nascente, lei si è levata in piedi con le braccia tese, nel Surya-namaskar, il saluto al sole. Allora ha recitato una preghiera al dio cosmico ed impersonale che ha incarnato Adolf Hitler, come moderno Avatar:

“Signore delle forze invisibili, che non conosco e non posso cogliere, la cui maestà io adoro nell’ordine eterno della Natura, e nella bellezza eroica delle vite dei miei camerati, tue manifestazioni. Aiuta noi, Nazionalsocialisti, a mantenere la tua verità all'interno dei nostri cuori, e a realizzare, un giorno, l’ordine reale del nostro nuovo Führer, riflesso terrestre della tua impietosa armonia cosmica!”

Dopo un giuramento, Savitri Devi ha consacrato i libri già pubblicati, e il manoscritto del suo Opus Magnum: The Lightning and the Sun (Folgore e Sole: Nel Tempo, Sopra il Tempo, Contro il Tempo). Questo libro, iniziato in Scozia nel 1948, continuato ad intervalli in Germania, e completato nel 1956, è stato scritto per presentare una concezione della storia – antica e moderna – incontrovertibile dal punto di vista della Verità ETERNA.

Le figure principali, usate per illustrare la concezione ciclica della Storia, sono Akhenaton, Genghis Khan ed Hitler. Esse sono disposte nel contesto di una successione “delle Età”. All'interno del Kali Yuga – l’Età oscura – Akhnaton è “l'uomo sopra il tempo”, simboleggiato come il sole: il Faraone che ha voluto restituire all'uomo la perduta età dell’oro; un visionario che ha lottato contro la marea della sua propria Epoca, senza poter realizzare praticamente la propria visione.

“L’uomo nel tempo” viene esemplificato da Genghis Khan, ed è una forza distruttiva priva dell'idealismo, il cui simbolo più pertinente è il lampo, e che agisce in accordo con la natura della sua Età. In Adolf Hitler Devi trova “L’uomo contro il tempo” che unisce l'idealismo con la forza; sia lampo che sole, e che intraprende la guerra contro le forze dell'età Buia, ad un livello pratico.

È il predecessore del Kalki Avatar, il vendicatore che appare alla conclusione di ogni Età. Tuttavia, dato che Hitler ha combattuto contro le maree cicliche di questa Età tenebrosa, la sua battaglia era destinata alla sconfitta. Devi afferma che l’azione è il dovere dharmico degli Hitleriani, nel mantenere viva la fiamma del Nazionalsocialismo, durante il Kali Yuga; come base per un nuovo Ordine che Hitler stesso ha profetizzato nel 1928, vedendosi come un annunciatore: “Non sono lui; ma dato che nessuno si fa avanti devo preparare così il suo avvento.”

I Compagni al fianco del futuro Avatar, saranno gli ultimo Nazionalsocialisti dalla volontà ferrea, saggiati con la persecuzione: i “camerati vendicatori”.

Savitri traccia sul muro in rovina del Berghof: “Einst kommt der Tag der Rache!”, cioè “Verrà il Giorno della Vendetta!” Nel suo Pellegrinaggio, lei rende visita ai Resistenti nazionalsocialisti sfuggiti ai tribunali di guerra ed alla “denazificazione”, e passa parecchio tempo con i Camerati della rete Odessa.

Nella primavera del 1957, Maximiani Portas torna in India e ridiventa Savitri Devi, ma dati i suoi scarsi mezzi finanziari ha dovuto arrivarci per via di terra, partendo dall’Egitto, via Beirut, Damasco, Bagdad, Teheran, Lahore, Dehli.

Il 2 giugno 1957 è a Calcutta, con Asit Mukherji. Savitri trova un posto di interprete presso un ingegnere tedesco che costruirà una funicolare in Orissa.

Poi, nel settembre 1958, diventa professoressa alla scuola francese.

Nel marzo del 1960 muore a Lione la madre di Savitri, e lei va a Marsiglia, ma di là si sposta a Madrid, per incontrare Otto Skorzeny, che gestisce un’impresa di Import export, la cui attività ha salvaguardato gli interessi industriali e finanziari tedeschi dopo la guerra.

Si dice che sia lui ad Organizzare l’Odessa, la più grande rete di emigrazione clandestina germanica. Otto le fa incontrare il Belga Léon Degrelle, ex comandante delle SS Vallonie, ed altri Tedeschi rifugiatisi in Spagna.

Fra il 1961 e il 1965, continua a scrivere e pubblicare i propri libri, in cui presenta

il Nazional-Socialismo come una Religione della Natura, legata al sistema indo-ariano dei Cicli temporali, o Yuga, e delle tre classi d’uomini, con “Contro, ed al di sopra del Tempo”, Adolf Hitler: Avatar di Vishnu.

Le amicizie fatte durante il suo imprigionamento le hanno fornito un passaporto d’entrata nel mondo del Nazionalsocialismo del dopoguerra, e, mentre vive a Londra, viene coinvolta nella politica del British Racial Right, il partito della destra razziale britannica, e si intrattiene a lungo con George Lincoln Rockwell, al congresso internazionale della World Union of National Socialists (WUNS), a Cotswold nel 1962, luogo della famosa Dichiarazione di Cotswold.

Nel giugno del 1971, a 66 anni, aiutata finanziariamente da Fräulein Marianne Singer, può prendere l’aereo e tornare in India, da Asit Mukherji. Ha appena terminato Souvenirs et Réflexions d’une Aryenne, una autobiografia che è, nello stesso tempo, una chiara esposizione della religione razziale ariana ed anche il suo Testamento spirituale. Vive alla periferia di Dehli, con una piccola pensione di ex insegnante di francese, fino al 1977, anno in cui muore Asit Krishna Mukherji.

Lei soffre di cateratta progressiva e nel 1981 subisce un attacco di paralisi del lato destro. Non vede e non può leggere, ed altri devono scrivere le sue lettere.

Grazie al soccorso finanziario dei suoi numerosi amici tedeschi, può tornare in Baviera, ed essere alloggiata in una casa di cura per persone anziane, e poi presso la sua amica Elizabeth Ettmayr, a Traunstein. Tornata in Francia nella primavera del 1982, alloggia all’ospizio dei vecchi a Lozanne sul Rodano, ma vuole tornare in Germania.

Savitri Devi vive per molti anni in assoluta povertà, mettendo da parte ogni rupia e ogni franco che aveva per poter pubblicare i propri scritti in India, e da lì, mandarli nel resto del mondo; il più delle volte come dono, e di certo senza alcun profitto economico. Così, essa ha conservato e fatto nuovamente germogliare i semi della Rinascenza Ariana, rendendo molti uomini e donne suoi debitori per quanto riguarda il loro risveglio ancestrale.

Muore improvvisamente in Inghilterra, il 22 ottobre 1982, a mezzanotte e venticinque minuti, colpita da un infarto. Viene cremata con il rito Hindu, e le sue ceneri vengono mandate al Quartiere Generale del Partito Nazionalsocialista Americano (ANP), ad Arlington, in Virginia, e poi, presumibilmente, in quello successivo di Milwaukee, nel Wisconsin.

Mauro Likar 24 Settembre 2009

JAHVE' O DELL'EGGREGORO




LA NASCITA DELLE RELIGIONI EBRAICHE
AL PRINCIPIO FU L'EGREGORO,
E L'EGREGORO DIVENNE DIO.

L'Egregoro o "Coscienza di gruppo", si forma quando una o più persone si riuniscono per compiere una precisa azione, pensare secondo un dato schema ideologico ed entro certe linee operative, in modo da sperimentare le esperienze emotive, spirituali, e fisiche, corrispondenti alla qualità dell'intenzione attivante.

Nell'Egregoro, le forze emotive, vitali, e mentali, di tutti i componenti del gruppo, si fondono in una Forma Pensiero di Gruppo, o Elementale Artificiale, che, se nutrito per secoli o millenni, diviene una Entità Energetica Divina, cioè un Dio artefatto e collettivo, che ha un potere infinitamente maggiore della somma delle menti che compongono il gruppo da cui è stato emesso.

Una Forma pensiero egregorica, formata dal legame fra le parti consce, inconsce, e super consce di quanti contribuiscono alla sua costruzione e mantenimento energetico, è interrelata con molti livelli mentali, con altri aspetti di pensiero e con multiformi valenze d’energia Psichica. Per cui, essa non è l'addizione, ma l'elevazione a potenza, delle sue componenti. Se il gruppo che ha proiettato l'Egregoro, cessa di incontrarsi nel rito dedicatogli, e di nutrirlo immaginalmente, questo Elemento Artificiale potentissimo, non scompare, ma entrato in latenza, può venire ri-attivato da un altro gruppo che operi sulle medesime linee rituali, mentali, ed immaginali di quello originario.

La forma pensiero del nuovo gruppo, contatta allora l'Egregoro latente, lo rivivifica,e questo riprende ad operare attivamente attraverso i suoi nuovi canali espressivi. L'Egregoro opera attraverso lo psichismo dei membri del gruppo che lo aggrega e sostiene energeticamente, attraverso l'uso ripetuto e quotidiano di rituali, cerimonie, visualizzazioni, scritture, recitazioni testuali, immagini dipinte o scolpite, cioè con strutture immaginali ed esterne che ne fissano la Forma Pensiero, ancorandola ad una formulazione sempre più completa, complessa e potente.

Se il Rituale ed il Culto di un Egregoro in latenza, viene ri-membrato, riattivato, e praticato in accordo alle linee intenzionali dei suoi emittenti originari, dopo un dato periodo, la Coscienza Egregorica sopita si ri- manifesta: dapprima nelle vecchie modalità, per poi adeguarsi, lentamente, alle varianti immaginali e psichiche dei suoi nuovi ri-compositori, e degli eventuali offerenti accidentali.

Quando un rituale, degli scritti, e delle immagini simboliche egregoriche, sono state caricate ed attivate, in una pratica secolare, o millenaria, l'Elementale Artificiale che ne risulta,è un Centro di Coscienza potentissimo: un “Dio Particolare ed Esclusivo” in cui si organizzano i Poteri, le Facoltà, e gli Ideali di tutti coloro che, in quel lasso di tempo, hanno immesso nella sua struttura, l'energia dei loro pensieri, parole, ed azioni. Non solo i viventi e gli incarnati, ma anche i disincarnati e le Entità sovrumane, che agiscono sull'Egregoro richiamate per corrispondenza vibratoria, dai piani astrali e sottili, collaborano alla composizione complessiva della sua Forma, e del suo Potere.

Difatti, ad ogni azione resa esplicita nel livello materiale, corrisponde, per risonanza vibratoria, l'Energia implicita che essa riverbera, richiamandolo dai livelli astrali e cosmici dell'Ologramma divino. Perciò, fondando un Culto Egregorico sul piano fisico, simultaneamente si forma nei piani interiori e sottili, una corrispondente Entità psichica di Gruppo, che diviene il Centro sottile della Coscienza, della Sapienza, e del Potere a cui gli elementi della Con-gregazione sacerdotale, o di un Popolo, che adori passivamente quel Dio artificiale, danno personalità ed energia individuale, e da cui attingono l'Ascendente risultante, potenziato collettivamente.

Questo Scambio, o Patto di Alleanza egregorica, ha luogo per tutta la durata della Pratica rituale e cultuale di un dato Egregoro, e si protrae nel tempo attraverso la sua trasmissione sapienziale, scritturale, simbolica, e di Lignaggio: cioè genetica e razziale. La nozione di Egregoro astrale, spiega il perdurare di idealità costruttive e distruttive, di cui le manifestazioni o Epi-Fanie variano di tempo e luogo, ma che sono tutte gli strumenti “disponibili” di una data realtà egregorica omogenea.



I raggruppamenti umani che servono un dato Egregoro, cambiano, evolvono, spariscono, ma la Causa egregorica rimane, e può essere ripresa più tardi, da altri individui o da altre Aggregazioni cultuali dello stesso Lignaggio. Gli impulsi mentali ed archetipi sotto i quali il gruppo opera, sono in accordo con la sua stessa tipologia costitutiva, e su di essi si organizza quindi la struttura della Forma Pensiero di Gruppo: L'Egregoro che essi vanno progressivamente formando e nutrendo con le proprie emozioni, concetti, intenzioni, ed azioni rituali e simboliche.

Su questa struttura primaria, si fissa allora con lenta crescita, la materia vitale ed energetica del Corpo Egregorico: uno psicoplasma vitale capace di organizzarsi autonomamente, manifestandosi, in seguito al Grande Rituale del Richiamo orgiastico di Gruppo, come Canale Fisico ed Incarnazione Materializzata dell'Egregoro stesso. Questo prodotto è il Figlio del Dio particolare di quel Gruppo: la Presenza Reale, richiamata in un corpo materiale che ne manifesta l'energia ed il potere, sul livello fisico terrestre. Questo è, ad esempio, il Messia degli Esseni e degli Ebrei.

Il Dio egergorico è quindi una Forma-Pensiero artificiale, fatta nascere e crescere nel tempo dalla concentrazione, pilotata, di una generazione di devoti e seguaci dopo l'altra. Le Entità astrali della ritualistica magica, posseggono un'esistenza indipendente, come forze-pensiero od Elementi di natura. L’ Egregoro non ha un'esistenza organica maggiore, sul piano materiale, che in quello astrale, poiché essa non si concretizza che attraverso l'adesione passiva di esseri umani, alle opzioni forti già scelte intenzionalmente dagli Iniziatori del Patto egregorico.

La Realtà astrale, nasce e si mantiene con l'onda d’influenza che il primo centro materiale propaga e diffonde. Quest'onda prende un'esistenza reale, dal momento che continua ad agitare e muovere il proprio centro di propagazione, e vi sussiste tanto più durevolmente, in quanto contiene sempre più energia, incontrando sempre minori resistenze nel supporto psichico delle proprie maestranze, e delle loro vittime esterne.

È così che le Società Segrete, Templari, e Magico rituali, a forte coesione razziale, e con animazione astrale molto viva, continuano a vivere astralmente, moltotempo dopo che la loro azione si è spenta sul piano materiale. Se su quest'ultimointerviene un raggruppamento identico, o a morfologia psico - simile, l'Egregoro può continuare ad alimentarsi e a crescere indisturbato.

L'Ebraismo, di cui il Cristianesimo giudaico e l’Islam non sono che delle frange riformiste e scismatiche, ha il proprio Egregoro esclusivo in JAHVÈ ADONAI; e combatte quindi, necessariamente, tutte le formulazioni egregoriche divine delle altre razze, etnie, e popoli. Negando, alienando, ed osteggiando il culto degli Dei delle altre razze, i Giudeo Cristiani, gli Ebrei, e gli islamici, che di fatto formano una sola Tri-unità Egregorica Semita, tentano semplicemente di imporre al mondo ed alle razze altrui, l'egemonia assoluta del proprio Genio tribale e razziale: Jahvè, Geova, o Allah.

JAHVE' ZION ADONAI è quindi il Dio Egregorico, formulato come Unico oggetto della loro Monolatria, dagli Ebrei Leviti di Mosé, nel deserto del Sinai, durante il tempo del loro Esilio; inteso alla costruzione del loro Patto di elezione razziale. Gli Ibridi Habiru, o Hyksos Ebrei, dopo essere stati per tre secoli i Re Pastori Hyksos, e i Faraoni in un Egitto invaso, si sono ridotti ad una etnia di mandriani nomadi e di briganti, animata da un forte spirito di rivalsa, e da un odio illimitato per le altre razze.

Per realizzarsi nuovamente come popolo regale dominante, questo gruppo, sotto la guida di Akhenaton-Mosé, se i due sono una sola persona - come afferma il dottor Freud- accetta il lungo isolamento nel deserto del Sinai. Har Sinai significa: monte da cui irradia Sina, cioè l'Odio, ed è qui che Mosè, o chi per lui, porta il "suo nuovo Popolo", allo scopo di creare l'Egregoro del loro specifico Dio razziale esclusivo: Jahveh, fondando una propria Storia, e lanciando, nel Tempo, un'Intenzione Psichica di conquista globale del Mondo.

Quando essi saranno i Signori della Terra, e delle terre, non vi sarà altra Religione che quella di Jahvèh, a cui il loro destino è collegato per sempre. Per questa ragione, Mosè, che si scinde dall'altra egregora ebraica del Dio El o Elohim, di Abramo, e dall’Aton egizio di Akhenaton, impone al suo "gruppo", o Zion, di sottomettere tutte le altre razze, ed inizia con la carneficina dell'Israele Elohista ed Atonista, che difatti scompare, e va a formare il mito della tredicesima tribù ebraica. Resta padrone del campo, il solo ebraismo levita e mosaico: quello di Jahvè-Zion-Adonai.

Esso opera da millenni alla distruzione d’ogni altra fede e cultura, infiltrando, annientando, e riducendo alla degenerazione, ogni Civiltà ed ogni Storia che non sia la sua. Tutto il mondo crede che la maschera della legge mosaica, sia la vera regola di vita dei Farisei leviti ebrei, e pochi hanno pensato di indagare a fondo il loro Talmud, e gli effetti di questo "Compimento" che insegna, a costoro, d'essere la sola razza meritevole di essere chiamata umana. Tutte le altre etnie, sono "bestie da lavoro" e schiavi degli ebrei, che hanno, come scopo la conquista del mondo e l'erezione, in esso, del trono eterno di Zion.

Essendo una etnia egregorica e non genetica, che però vuole formularsi come Super-razza, a spese di tutte le altre, ed essendo formata da ibridi, la genia dei figli prediletti di Dio, deve mantenersi separata dalle altre vere Razze e Nazioni, semiti compresi, aderendo strettamente al sistema del Kahal, o aiuto ai soli consanguinei jahveici. La Comunità ebraica, ritenuta erroneamente dai non ebrei una comunione religiosa, o un’etnia, è difatti, per prima cosa e soprattutto, una ferrea comunità neo-razziale e trans- genetica.

Si tratta di una sotto-razza ibrida, resasi psichicamente omogenea per mezzo della circoncisione, della ritualità Talmudica, e del Patto egregorico con il proprio Demiurgo Zion-Jahvè. Essi hanno reso sistematico il loro essere “ Ebrei del Patto”, elevando questo criterio ideologico a strumento di dominio e dominazione delle altre razze.

Per ottenere la perfetta separazione del loro, da tutti gli altri popoli, la congrega levita e sionista ha eccitato da millenni, abilmente, il cosiddetto antisemitismo ebraico, e ne ha fatto un cavallo di Troia: espediente che permette loro di agire indisturbati, e a Logge "coperte": come nella Massoneria, da essi ampiamente ispirata e diffusa. La parola “Antisemita” non significa nulla, perché un ebreo non è semita, che quando le circostanze geografiche ve lo costringono: come altri semiti, ed allo stesso titolo.

Un ebreo alto, biondo, dagli occhi azzurri, nato in Polonia da una famiglia che vi si è stabilita da secoli, e che si mescolata abilmente agli indigeni con una serie di oculate mosse: di conversione religiosa e di matrimonio, può non avere nulla del tratto somatico semita, e sembra aver poco in comune anche con i suoi simili, stanziatisi in altri paesi. Ma possiede invece, un particolarismo costante, che resta tale nel tempo e nello spazio, facendo di un Ebreo del Patto quello che egli è: ovunque si trovi a nascere o a dover vivere. L'antisemitismo, che colpisce principalmente gli ebrei di basso ceto, è del resto un'ottima arma di propaganda, e di salvaguardia degli interessi dell' Elite levita, di cui anzi, rafforza enormemente la stabilità ed il prestigio.

Raggiunta la posizione di Super-Governo mondiale, basato sull'economia delle Borse, delle Banche e sulla razzia dell’Oro e delle Risorse, essi potranno alla fine togliersi la maschera, o indossarne una più appropriata, mettendo fine di fatto, ad ogni libertà nazionale ed individuale; sia all'interno che all'esterno di Israele.

"La Gerusalemme o Zion del Nuovo Ordine", collocata fra Oriente ed Occiente, soppianterà il doppio regno imperiale e papale. L'Alleanza Israelita Universale, oggi presente come Globalizzazione Mondiale, fa già sentire la sua pesante influenza, e penetra in tutte le economie, le culture, e le religioni. Le Nazionalità debbono scomparire, le economie frantumarsi, le religioni altrui tramontare. Allora resterà solo Israele e la sua religione unica: quella del Popolo Eletto, e del loro Dio."

Mauro Likar